Capisci, vivere senza avere un sogno, significa perdersi nei labirinti del “non ce la farò mai”.

Ma perché ci arrabbiamo?

Una delle tante spiegazioni che si danno alla rabbia è riferita ad un passato lontano dove non c’entrano né commesse né colleghi, ma fantasmi che appartengono alla nostra infanzia. Questa teoria ci riporta qualche tempo fa, quando i nostri genitori non ci hanno fatto sentire abbastanza apprezzati e sostenuti; è proprio allora che sono nati il dolore e questa rabbia, che sfugge al controllo e che spinge a reagire esageratamente di fronte alla più piccola frustrazione.

Secondo la maggior parte degli studi effettuati al riguardo i casi più frequenti di mancato autocontrollo sono stati identificati in soggetti che hanno avuto genitori critici , intolleranti e svalutanti, togliendo quella sicurezza senza la quale si resta indifesi come bambini, in balia dei giudizi e delle conferme degli altri. E se queste conferme non arrivano ecco che rimonta la voglia di protestare per questo amore che ci è stato negato. Non è facile ammettere che siamo noi a sentirci inadeguati quando sembra più accettabile dare la colpa agli altri, e la soluzione non è sicuramente nell’accusare mamme e papà, ma nel recuperare il bambino che è in noi e fargli fare pace con la nostra parte adulta.

Dott. Luigi Mastronardi

Giovanni Falcone

Gli uomini passano, le idee restano.
Restano le loro tensioni morali
e continueranno a camminare sulle
gambe degli altri uomini.

Giovanni Falcone

Prof. C. Marcelletti

Come è facile dare giudizi dall’esterno tipo “idea disgustosa” “tutto quanto fa spettacolo” “un lupetto vestito da agnello”. Non so quale sia la realtà dei fatti a lui contestati ma conosco l’uomo. Aihmé avrei tanto voluto non avere la necessità di conoscerlo ma è successo. Io gli devo la vita di mio figlio. Sono otto anni che lo conosco non otto giorni, so che è un tipo vulcanico difficile da costringere entro formalismi o burocratismi. Egli ha un solo pensiero: salvarne il più possibile. La burocrazia ha già ucciso l’Italia e in questo momento sta uccidendo delle persone in maniera fisica e reale. Quanti di voi hanno visto medici fare turni di 12 o 14 ore continutative se necessario? Quanti di voi hanno visto medici ininterrottamente dare conforto anche nei casi più disperati, ai familiari? quanti medici di questo livello ti lasciano il cellulare e si fanno trovare sempre per qualsiasi dubbio tu abbia? Quanti medici avete sentito dire che quella medicina forse è meglio non prenderla perché servirebbe a far stare più tranquillo lui (il medico) che essere di utilità al bimbo? Quanti medici vi hanno trattato come una persona e non come un soggetto portatore di patologia. Io ho avuto l’onore di conoscerne uno: Carlo Marcelletti.

Testimonianza di Stefano –  23 luglio 2008

Al Grande Prof. Carlo Marcelletti

Ci raccontiamo che il cardiochirurgo collabora in fase preoperatoria con il cardiologo pediatra, in sala operatoria si rapporta con l’anestesista e coordina l’intero gruppo di lavoro, nel postoperatorio si fa carico, in stretta collaborazione con il rianimatore intensivista, della conduzione del piccolo operato fino alla sua dimissione dalla terapia intensiva, infine, in reparto torna a lavorare al fianco del cardiologo e del neonatologo e cura il postoperatorio tardivo fino alla dimissione al domicilio. Nella realtà, quando il percorso diagnostico-terapeutico si complica, quando nulla appare chiaro e i pezzi del puzzle sono scomposti, impazziti, il cardiochirurgo è solo. Non c’è nessuno che riflette fino allo spasimo, fino a farsi male. Nessuno che si coltiva, che si spinge nella ricerca intensa e difficile, dolorosa e piacevole della verità. Percorrere questo sentiero virtuoso e l’unico modo che conosciamo per sentirci culturalmente vivi nella costante ricerca della verità.

Prof. Carlo Marcelletti.

Ciao mio caro cuginetto, proteggici da lassù.

“le nove delle sera erano per me l’inizio della giornata, ora sono l’inizio della notte…”

Estate 1985

“Come si Diventa Ciò che si è”.

Friedrich Nietzsche

…e venne chiamata due cuori

“La Vera Gente non celebra di anno in anno le stesse feste; festeggiano i vari membri della tribù, ma non il giorno del loro compleanno, bensì pittosto, quando giungeva il momento di riconoscere un loro specifico talento, un nuovo contributo alla comunità, un ulteriore passo avanti verso la crescita spirituale. Non celebravano il tempo che passa, ma ciò che li faceva divenire migliori”.

…e venne chiamata due cuori – Marlo Morgan